Cerca nel blog

Visualizzazioni totali

Movimento "LA NUOVA RESISTENZA 25 MARZO 2011". Partigiani sempre.

Movimento "LA NUOVA RESISTENZA 25 MARZO 2011". Partigiani sempre.
Partigiani sempre

martedì 7 giugno 2011

I giovani precari diventeranno anziani bisognosi

Il sistema pensionistico introdotto nel 1995 penalizza le discontinuità di carriera e la limitata dinamica salariale

di Vincenzo Galasso, direttore del Centro Dondena Bocconi di ricerca sulle dinamiche sociali
Il precariato che colpisce le giovani generazioni è sotto gli occhi di tutti. Su dieci persone che si affacciano al mercato del lavoro in Italia prima dei 30 anni, solo tre ottengono un lavoro a tempo indeterminato, le altre entrano con una delle oltre quaranta tipologie di contratto a tempo determinato esistenti.
E passare da un contratto a tempo determinato a uno a tempo indeterminato non è semplice: ogni anno riesce solo a poco più del 10% di giovani. Si rimane dunque a lungo in questo limbo, con un salario in media inferiore del 25% a quello dei più fortunati, senza sussidi di disoccupazione e con un percorso lavorativo accidentato, fatto anche di disoccupazione, magari accompagnata dal ritorno a casa dei genitori.
Ma forse non tutti sanno che il precariato lascia un’eredità pesante anche sul futuro delle giovani generazioni, un sigillo che li segue fino alla pensione. Anzi, proprio al termine della loro vita lavorativa, i giovani di oggi scopriranno di dover pagare ancora una volta il conto lasciato loro dai genitori. Le loro pensioni saranno molto meno generose di quelle dei loro padri, e dunque i giovani di oggi saranno verosimilmente forzati, non dalle leggi del parlamento ma da quelle dell’economia, ad andare in pensione più tardi, per potersi garantire un reddito previdenziale adeguato.
Per avere un’idea dell’impatto del precariato di oggi sulle pensioni di domani, consideriamo le carriere lavorative di due ipotetici giovani: Lorenzo e Pierpaolo.
Per le donne, il calcolo sarebbe ancora più impietoso, poiché, almeno in Italia, esse hanno carriere lavorative più discontinue e dunque pensioni tipicamente più basse degli uomini.
Lorenzo è un ragazzo fortunato: inizia a lavorare a 25 anni con un contratto a tempo indeterminato e uno salario mensile di 1.000 euro. Alla fine della sua carriera lavorativa, il suo salario reale supera i 2.000 euro. Se decidesse di andare in pensione a 60 anni, otterrebbe un beneficio previdenziale mensile reale compreso tra i 1.023 e 1.112 euro, con un tasso di sostituzione (il rapporto tra pensione e salario pre-pensionamento) attorno al 55%. Ma, ritardando a 67 anni l’uscita dal mercato del lavoro, la sua pensione reale mensile oscillerebbe attorno ai 1.600 euro, con un tasso di sostituzione dell’80%. Con 42 anni di contributi, Lorenzo otterrebbe dunque lo stesso trattamento previdenziale del padre (ovvero un tasso di sostituzione dell’80%), che di anni ne aveva lavorati 40.
A Pierpaolo le cose vanno meno bene: entra nel mercato del lavoro a 25 anni con un contratto temporaneo, che riesce a mantenere fino ai 28 anni. Per un anno è disoccupato, poi ottiene un lavoro a tempo determinato che tiene fino ai 32, quando si ritrova nuovamente disoccupato. A 33 anni l’ultimo contratto temporaneo che dopo due anni si trasforma in tempo indeterminato. Inoltre Pierpaolo ha un salario mensile di soli 800 euro, che rimane quasi costante, in termini reali, fino a quando ai 33 anni approda al contratto a tempo indeterminato. Alla fine della sua carriera lavorativa, il suo salario reale mensile supera di poco i 1.300 euro. Le difficoltà di inserimento di Pierpaolo hanno dunque segnato la sua carriera lavorativa. Il suo salario reale finale è solo del 62,5% più alto di quello iniziale. Il salario di Lorenzo è invece raddoppiato. Con un sistema previdenziale a contributi definiti, come quello introdotto in Italia dalla riforma Dini del 1995, una carriera lavorativa discontinua e una scarsa crescita salariale si riflettono fortemente sui benefici previdenziali. Se andasse in pensione a 60 anni (come suo padre), Pierpaolo percepirebbe un assegno mensile reale compreso tra i 638 e i 690 euro. È solo lavorando fino a 67 anni che Pierpaolo potrebbe ottenere una pensione mensile reale attorno ai 1.000 euro.
Al momento dunque ai giovani di oggi non rimane che puntare su un forte aumento della longevità che consenta loro di posticipare la pensione e di continuare a lavorare. Tuttavia, una riduzione del dualismo sul mercato del lavoro, ad esempio attraverso l’introduzione di un contratto unico che riduca le differenze tra contratti temporanei e permanenti, consentirebbe ai giovani un migliore inizio della loro vita lavorativa e una vecchiaia più serena.
 

Giovannini (Istat): è allarme occupazione giovanile, in due anni persi 482mila posti


Nel biennio 2009-2010 il numero di occupati in Italia è diminuito di 532mila unità, di cui ben 482mila (il 90%) ha riguardato giovani under 30. È l'allarme lanciato dal presidente dell'Istat, Enrico Giovannini in audizioni dinnanzi alla commissione Lavoro della Camera, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sul mercato del lavoro tra dinamiche di accesso e fattori di sviluppo.
Perde il posto anche chi ce l'ha fisso
In termini relativi, ha spiegato Giovannini, la flessione dell'occupazione giovanile (pari all'8% nel 2009 e al 5,3% nel 2010) è stata oltre cinque volte più elevata di quella complessiva. Tra il 2008 e il 2010 quindi il tasso di occupazione dei giovani 18-29enni si è contratto di circa sei punti percentuali, scendendo al 42 per cento. «Se nel 2009 - ha detto Giovannini - erano stati colpiti dalla crisi soprattutto i giovani lavoratori atipici (dipendenti a termine e collaboratori), nel 2010 sono quelli standard (a tempo pieno e durata non predeterminata) a mostrare il calo maggiore». Ma il quadro non è roseo per nessuno: nel primo trimestre 2009 ogni 100 giovani "precari" soltanto 15 hanno un lavoro standard dopo un anno. Erano 24 (su 100) tra il 2007 e il 2008. Mentre chi conserva un posto a tempo dopo un anno è salita dal 53,3% del 2008 al 60,1% nel 2010. In più: nel 2010 sono circa 2,1 milioni, il 22,1% della popolazione corrispondente, i giovani Neet, ovvero che non studiano e non lavorano.
Al Nord il calo maggiore dell'occupazione giovanile
Giovannini ha sottolineato poi come quasi la metà della caduta dell'occupazione sia avvenuta al Nord (-237mila unità, il 49,2% della riduzione totale), ma in termini percentuali la discesa è stata maggiore nelle regioni del Sud (-16,3%, contro il -12,2% del Nord, e il -9,2% del Centro). Il calo dell'occupazione giovanile è stata molto forte nella trasformazione industriale (-23,6%, quasi 200mila unità).
La mappa della crisi occupazionale
La discesa dell'occupazione ha riguardato soprattutto la maggioranza dei gruppi professionali e, in misura particolare, le professioni qualificate e tecniche (-18,2 per cento, pari a -174 mila unità). Tra le donne è stato particolarmente forte in termini relativi il calo delle professioni operaie (-30,3 per cento), cui si è contrapposto l'incremento di quelle non qualificate (+16,6 per cento pari a 20 mila unità). Il tasso di occupazione per i giovani con al più la licenza media è caduto dal 43,3% del 2008 al 36% del 2010, per i diplomati dal 48,8 al 43,9% e tra i laureati dal 54,2 al 48,5 per cento.
Il lavoro arriva grazie alla "segnalazione"
Tra le altre caratteristiche del mercato del lavoro del Belpaese, ha aggiunto Giovannini, spicca come il primo lavoro, nel 55% dei casi, si trovi grazie alle segnalazioni di parenti e amici. Centri per l'impiego e agenzie per il lavoro sono utilizzati da meno del 5% del totale dei giovani. Il diploma tecnico e professionale poi rappresenta una carta vincente per l'inserimento nel mondo del lavoro (ma le iscrizioni fanno fatica a decollare), a differenza del diploma liceale. La laurea conviene ancora (in termini di migliore occupazione e salari), ma meno che in Europa. Il dottorato di ricerca invece garantisce quasi sempre un lavoro. I tassi di occupazione, ha concluso Giovannini, variano, sia pure in misura minore, con gli ambiti disciplinari e vanno da oltre il 97% dell'ingegneria industriale e dell'informazione, a livelli inferiori al 90% nei corsi afferenti alle scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche, alle scienze dell'antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche e alle scienze politico-sociali.

Il Pd nazionale raccoglie la proposta Rossi di tagliare i vitalizi ai politici

Il presidente Rossi sente "accolta" dal Pd la proposta di tagliare vitalizi a parlamentari e consiglieri regionali. Inoltre si parla di alzare il costo del lavoro dei precari a vantaggio dei contratti stabili

di Redazione - 06/06/2011
enrico-rossi_14"Tagliare i vitalizi", l’aveva proposto da tempo Enrico Rossi. Ora il presidente della Toscana ascolta una sua idea fagocitata dal Pd, si spera per una proposta nazionale. Stop alle rendite a vita per parlamentari e assessori regionali: “A me del vitalizio per i consiglieri e gli assessori regionali non importa proprio nulla” diceva Rossi lo scorso ottobre, vantando anche il “privilegio” di governatore meno pagato d’Italia.
Adesso proprio il presidente, bandiera del taglio alle rendite istituzionali, si sente soddisfatto “Mi fa piacere sentire Bersani che, parlando della riduzione dei costi della politica, invita tutti a togliere di mezzo il vitalizio”.

Ancora sul lavoro, cavallo di battaglia della truppa del segretario Bersani, si potrebbe respirare un po’ d’aria fresca. Sfruttare il lavoro precario per favorire il lavoro stabile, come ? Proprio sulla pagina facebook di Rossi si spiega la strategia per l’Uovo di Colombo del PD: “Usiamo il lavoro precario come trampolino per il lavoro stabile. Basta che un’ora di lavoro stabile costi un po' di meno, e un'ora di lavoro precario di più. In questo modo le aziende sarebbero spinte a limitare i precari a vantaggio dei contratti stabili. E’ l’uovo di Colombo, facciamolo diventare l’Uovo del PD… perché è meglio un uovo oggi che una gallina mai...”.
Annuncio promozionale

Pensioni/ Camusso: Cautela su equiparazione aliquote

Occorre agire con cautela sul fronte della equiparazione delle aliquote contributive dei lavoratori parasubordinati. "Una norma di questo tipo va fatta con molta attenzione perché con l'attuale lavoro precario, in gran parte, la contribuzione la pagano direttamente i lavoratori". A sostenerlo è il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, a margine della presentazione del rapporto sullo stato sociale presso la facoltà di Economia della Sapienza. "Si è fatta molto crescere la precarietà - ha detto la Camusso - in ragione del fatto che costava meno. Quindi l'idea di unificare le aliquote contributive è nel solco dell'idea che da sempre sosteniamo che se il lavoro è precario, o meglio se è flessibile, deve essere più costoso di quello ordinario". Per il leader della Cgil, dunque, "servono norme di esigibilità altrimenti si costruirebbe un'altra trappola ai danni dei lavoratori precari".

Nasce un partito politico che abolisca il lavoro precario.......

ABOLIAMO IL LAVORO PRECARIO, facciamo nasce un partito politico con ideali cristiani che abbia come obiettivo principale quello di eliminare dalla legislazione italiana la pratica del lavoro precario.

I nostri partiti ci hanno venduto, la classe politica quadagna troppo e ha molti privilegi.

L'Italia ha bisogno di una nuova primavera.
Mandiamo a casa destra e sinistra, serve un nuovo partito politico cristiano, trasparente, democratico, che giuri fedeltà alla carta costituzionale e che nasca per ripristinare il lavoro a tempo indeterminato come regola, eliminando ogni flessibilità.
Siamo stanchi della politica come disegualianza economica, sociale, basata sui privilegi.

Inviateci commenti e suggerimenti cirasole.do@libero.it

Lavoro stabile 'meno caro' e precari pagati di più con l'obbligo ad assumere a tempo indeterminato

Obbligare ad assumere chi è precario prima di procedere a nuove assunzioni da precario, questa è la vera sfida, nel pieno rispetto della normativa europea e nazionale.

Basta con raggiri normativi e sfruttamenti di tantissimi lavoratori che sperano nella stabilità lavorativa!!

Gianni Carpini Lunedì 06 Giugno 2011 10:24
rossiUsare il lavoro precario come ''trampolino di lancio'' per il lavoro stabile. E' la proposta salva – occupazione che arriva dal presidente della Regione Enrico Rossi, direttamente dal web.
L'IDEA. ''Basta che un'ora di lavoro stabile costi un po' di meno e un'ora di lavoro precario di più – spiega il governatore sul suo profilo Facebook - in questo modo le aziende sarebbero spinte a limitare i precari a vantaggio dei contratti stabili''. Un'idea diretta anche ai vertici del Partito Democratico: "E' l'uovo di Colombo, facciamolo diventare l'Uovo del PD – scrive ancora Rossi - perché è meglio un uovo oggi che una gallina mai".
LE MISURE. Recentemente la Regione Toscana ha presentato un pacchetto di iniziative per sostenere l'occupazione, con lo stanziamento di 8 milioni di euro. Tra le misusre previste incentivi dirette alle aziende che assumono a tempo indeterminato, a tempo pieno o parziale, donne over 30 e giovani laureati con contratti indeterminati o della durata di almeno un anno.

fonte http://www.ilreporter.it/index.php?option=com_content&view=article&id=17174:lavoro-stabile-meno-caro-e-precari-pagati-di-piu-la-ricetta-di-rossi&catid=87:politica&Itemid=125

Lavoratori precari oggi, senza pensione domani

Dati shock dell'Inps
Si sta come, d'autunno, sugli alberi, le foglie, poetava Ungaretti, cogliendo l'essenza di una condizione umana che in questo autunno nel paese e in Abruzzo vivono in particolare una categoria di esseri umani nel fiore degli anni e senza futuro, i lavoratori precari.
Precari, a termine, con scadenza, impiegati negli enti pubblici da dimagrire nei punti deboli, ma dove ai vertici i dirigenti e alti papaveri si spartiscono lauti premi, nella scuola che sempre più diventa un lusso o un optional, in un paese dove per far carriera e soldi è meglio essere ignoranti e bastardi dentro. E ancora i precari della cultura, a tal proposto tocca punte esilaranti la lettera del ministro Bondi dove egli si lamenta ed esprime sbigottita preoccupazione per devastanti tagli da lui stesso apportati e rivendicati in parlamento.
La crisi anche in Abruzzo, la stanno pagando soprattutto i precari, perdendo il posto, con i loro stipendi da fame, e, veniamo a bomba, con i versamenti per una pensione che non riceveranno mai.
Nel corso di un convegno infatti sul funzionamento relativo alla consultazione on line della posizione previdenziale personale, che rientra tra le novità introdotte nella scorsa estate dall'Inps e che permetterebbe a tutti i lavoratori di consultare la propria situazione contributiva, si è scoperto infatti che, per il lavoratore parasubordinato, non sarà possibile, simulare quella che dovrebbe essere la sua pensione, cosa che, invece, possono fare i lavoratori attualmente dipendenti. Il motivo di questa differenza sta nel fatto che un precario non riceverà nessuna pensione in futuro.
I contributi che stanno versando adesso servono soltanto a pagare chi la pensione ce l'ha garantita. Questa é la notizia che l'Inps tenta forse di nascondere per evitare la rivolta, come ammette il presidente dell'istituto di previdenza, Antonio Mastropasqua:
''I precari, i lavoratori parasubordinati non avranno la pensione. Pagano contributi inutilmente o meglio: li pagano perché l'INPS possa pagare la pensione a chi la maturerà. Per i parasubordinati la pensione non arriverà alla minima, nemmeno se il parasubordinato riuscirà, nella sua carriera lavorativa, a non perdere neppure un anno di contribuzione. L'unico sistema che l'INPS ha trovato per affrontare l'amara verità, è stato quello di nascondere ai lavoratori che nel loro futuro la pensione non ci sarà, sperando che se ne accorgano il più tardi possibile e che facciano meno casino possibile''.
Allo stato delle cose, insomma, chi ha un contratto a progetto o lavora con ritenuta d'acconto o ancora ha una partita Iva o un contratto di collaborazione occasionale, non riceverà neanche la pensione minima. Cioè dopo una vita di sacrifici ha forti i di diventare un barbone, un pezzente, un morto di fame, per essere chiari.
In proposito anche l'Acta, Associazione Consulenti Terziario Avanzato, ha dichiarato in un comunicato stampa che "la Gestione Separata INPS (quella cui vengono iscritti i subordinati, ndr) ha principalmente l'obiettivo di drenare risorse con cui coprire i buchi dell'Istituto di Previdenza. Questa operazione non soltanto è iniqua, ma grava sulle categorie più deboli del nostro mercato del lavoro".
E ancora: "L'affermazione di Antonio Mastropasqua conferma la consapevolezza intorno alla situazione e la volontà di tenere nell'ignoranza i contribuenti sulla pensione che riceveranno. È un atto di deliberato sovvertimento dei principi più elementari di governo democratico delle Istituzioni". Acta nel suo comunicato stampa ha poi chiesto al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi di rispondere di queste omissioni e di mantenere le promesse.
Un mondo lontano, quello di un'intera generazione di giovani rispetto a quello ovattato e dorato dei 245 deputati e 107 senatori oggi in carica che matureranno la pensione dopo cinque anni di gratificante lavoro alla Camera, solo quattro anni e mezzo al Senato.
Disegnato il contesto veniamo all'Abruzzo. A seguire il comunicato stampa dei dipendenti a termine della Regione Abruzzo. Anche il loro tempo sta scadendo:
'' Lunedì 11 ottobre, si è consumata l'ennesima beffa per il personale precario della Regione Abruzzo, presente alla "promettente" riunione fra le Organizzazioni Sindacali e l'Ente: ciò che ne è venuto fuori è un dietro-front eclatante dell'Amministrazione rispetto alle aperture mostrate nella precedente riunione del 4 ottobre, che facevano ben sperare in merito ad un percorso di stabilizzazione.
Riguardo l'applicabilità della famosa D.G.R. 38/2008, quale strumento fondamentale e già in parte utilizzato per il superamento del precariato della Regione Abruzzo, la Giunta ha richiesto un parere al Ministero della Funzione Pubblica, il quale al riguardo non si è pronunciato affatto, in quanto non di sua competenza.
Si cita dal parere della Funzione Pubblica: "...si fa presente che il presente ufficio non ha competenza a pronunciarsi sulla legittimità o meno di una delibera adottata da una Giunta Regionale. Precisato quanto sopra, con la presente nota si forniscono criteri interpretativi della normativa sulla stabilizzazione contenuta nelle leggi finanziarie 2007/2008, ferma restando l'autonomia nell'adozione di ogni atto di pertinenza dell'organo politico e di quello amministrativo di codesta amministrazione".
Tuttavia, a seguito di una personalissima ed originale interpretazione del suddetto parere da parte dell'Assessore Carpineta, è stata negata, non solo l'evidente validità della delibera 38 (come da precedente parere del Prof. Cerulli Irelli), ma anche altre soluzioni che salvaguardino i co.co.co. e il patrimonio delle professionalità acquisite nel corso di oltre 10 anni.
Il tempo per i precari sta finendo (un mese e mezzo circa alla scadenza dei contratti), tempo che gli stessi amministratori stanno rubando ad una reale ricerca di soluzioni che tutelino sì i precari e i loro diritti di lavoratori, ma anche l'interesse pubblico dell'Ente e della collettività intera, assicurando la continuità di gran parte dei servizi che la Regione deve garantire.
In tutta questa vicenda il silenzio più assordante è quello del Presidente Chiodi. Basta chiacchiere, i precari pretendono più responsabilità e competenza.''
 

lunedì 6 giugno 2011

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: IL TRIBUNALE DI BRINDISI REINTEGRA NEL RUOLO CO.CO.CO., CO.CO.PRO.E PRECARI.

PATARNELLO Fabio

Già nella legge 30.12.04 n. 311 (finanziaria 2005) il Legislatore si è occupato del fenomeno e all’art 1, comma 116, ha fatto un unitario riferimento all’utilizzazione da parte delle PP.AA. “di personale a tempo determinato … o con convenzioni ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa”.

Peraltro, le tipologie contrattuali utilizzate dalla P.A. (tempo determinato e co.co.co.) per assicurarsi le prestazioni funzionali alla propria organizzazione senza procedere ad assunzioni a tempo indeterminato, erano e sono formalmente ben distinte; e tuttavia, nella prassi amministrativa del settore pubblico, i contratti di co.co.co. sono stati utilizzati per mascherare rapporti di impiego di tipo subordinato (sia pure a tempo determinato), come risulta evidente dall’esistenza di indici precisi:
a. l’incisivo potere di coordinamento dell’organizzazione pubblicistica, che ha definito in dettaglio il contenuto delle prestazioni e ne ha controllato lo svolgimento;
b. il carattere della continuità, che ha consentito di protrarre il rapporto oltre i termini definiti nella prima sede negoziale;
c. la personalità della prestazione e il concreto atteggiarsi della stessa, ben oltre il limitato oggetto previsto nel contratto co.co.;
d. le esigenze permanenti della pubblica amministrazione alle quali i collaboratori sono stati adibiti;
e. il perdurare dell’assenza di corrispondenti professionalità interne.

Da queste considerazioni e presupposti ha preso avvio l’incisivo e progressivo intervento riformatore operato dal legislatore nazionale con la L. n. 296/06 (finanziaria 2007) e con la L. n. 244/07 (finanziaria 2008), che si sono prefisse alcuni obiettivi ben percepibili dall’analisi del tessuto normativo che le compone:
A. scoraggiare il ricorso da parte delle PP.AA. a forme di lavoro flessibile, per riaffermare come modello standard dell’impiego pubblico il rapporto a tempo indeterminato (art. 36 del DLgs n. 165/01, secondo cui “le pubbliche amministrazioni assumono esclusivamente con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato”);
B. prevedere limiti temporali precisi per le collaborazioni coordinate e continuative a carattere parasubordinato attraverso una ulteriore novellazione dell’articolo 7 del DLgs. n. 165/01;
C. escludere il ricorso a tali forme di lavoro flessibile e parasubordinato per le esigenze ordinarie connesse al funzionamento delle proprie strutture amministrative;
D. farsi carico dell’ampio precariato che era venuto progressivamente a determinarsi per effetto del ricorso alle varie forme di lavoro flessibile, favorendo procedure di stabilizzazione del personale da anni in servizio presso le diverse PP.AA. con contratti a tempo determinato o con co.co.co.

Trattasi all’evidenza di una esigenza di tutela determinata appunto dalla impossibilità di rinnovare il ricorso a tali forme di lavoro flessibile per il futuro e dalla consapevolezza dell’utilizzo improprio fatto dalle PP.AA. di tali forme di lavoro, per fare fronte ad esigenze organizzative ordinarie senza procedere ad assunzioni del personale (anche in ragione dei diversi “blocchi delle assunzioni” succedutisi negli ultimi anni).

Si è dunque trattato di un complessivo e progressivo disegno riformatore che nella sua prima fase (finanziaria 2007) ha previsto:
- una stabilizzazione a domanda del personale non dirigenziale in servizio a tempo determinato (e quindi con una trasformazione a tempo indeterminato del rapporto in essere) a condizione che lo stesso fosse stato assunto mediante procedure selettive di natura concorsuale o previste dalle norme di legge, che i contratti fossero stati stipulati anteriormente alla data del 29.09.2006 e che la prestazione del servizio avesse coperto almeno tre anni anche non continuativi alla data dell’entrata in vigore della legge;
- la riserva nel triennio 2007 – 2009 di una quota non inferiore al 60% (possibile, quindi, di essere ben maggiore) nelle prove selettive volte all’assunzione di personale a tempo determinato in favore di soggetti titolari di uno o più contratti di collaborazione coordinata e continuativa, per la durata complessiva di almeno un anno raggiunta alla data del 29.09.2006.

Ancora una volta, quindi, il legislatore ha preso atto della contiguità e contaminazione determinatasi tra le due forme di lavoro flessibile, soprattutto per l’utilizzo da parte delle PP.AA di forme di co.co.co., risultanti nella sostanza contratti di impiego subordinato a termine.

Il complessivo disegno riformatore è venuto a completarsi, in una logica di razionale evoluzione dell’ordinamento, con le disposizioni contenute nella finanziaria 2008.

Il riferimento è in particolare alle disposizioni contenute nel comma 94 dell’articolo 3, che ha previsto la possibilità per le pubbliche amministrazioni di prevedere, nell’ambito della programmazione triennale dei fabbisogni per gli anni 2008, 2009 e 2010, piani per la progressiva stabilizzazione del seguente personale non dirigenziale, tenuto conto dei differenti tempi di maturazione dei relativi requisiti; e cioè:
- dei titolari di contratti a tempo determinato, di cui era già stata prevista la stabilizzazione a domanda dal comma 558 della finanziaria per l’anno 2007, novellato con la posticipazione al 29.09.07 del termine entro cui il contratto a termine doveva essere stipulato per effetto del comma 90 dello stesso articolo 3 della finanziaria 2008;
- dei titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, la cui stabilizzazione era già stata prevista dall’articolo 1 comma 560 della legge 27.12.06 n. 296 (finanziaria 2007), cui il comma 94 dell’articolo 3 della legge finanziaria del 2008 opera un rinvio dinamico (“fermo restando quanto previsto dall’articolo 1 comma 560 della Legge 27.12.06 n. 296”), anche per questi posticipando al 28.09.2007 la maturazione dei requisiti soggettivi.
A ciò la Legge finanziaria 2008 ha aggiunto, con l’art. 3 comma 106, limitatamente al 2008, la possibilità di riservare, nei bandi per le assunzioni a tempo indeterminato, una quota fino al 20% al personale con tre anni di lavoro subordinato presso PP.AA. in virtù di contratti stipulati prima del 28.09.2007, nonché il riconoscimento, in termini di punteggio, del servizio prestato presso le pubbliche amministrazioni per almeno tre anni, anche non continuativi, nel quinquennio antecedente al 28.09.2007, in virtù di contratti co.co.co. stipulati anteriormente alla medesima data.
Con riferimento a quanto previsto dalla lett. b) del comma 94 (stabilizzazione dei co.co.co.), l’Associazione dei Comuni (ANCI) si è espressa con un proprio parere, ritenendo che la norma configuri un percorso di stabilizzazione che passa da procedure selettive riservate, “… idonee a garantire la rispondenza delle professionalità (anche espresse durante i rapporti di collaborazione), oltre che dei titoli culturali posseduti dai candidati, agli effettivi bisogni d’organico degli enti, in stretta correlazione ai profili e alle categorie parametrali alle attività svolte … valutando la definizione di adeguate norme regolamentari, dirette a stabilire eventuali precedenze, prove comparative e modalità di scelta dei candidati, sulla scorta del prioritario e dirimente interesse pubblico al consolidamento dei rapporti, soprattutto quando la dotazione organica non risulti sufficiente a dar sfogo a tutte le aspettative di stabilizzazione”.

All’interno di questo complessivo quadro normativo, uno specifico ulteriore aspetto è quello legato all’inutilizzabilità (almeno sul piano formale) nelle PP.AA. dei contratti c.d. “a progetto”, introdotti nel settore privato dall’art. 1, comma 2, del D.Lgs. 276/2003 (c.d. legge Biagi).

E’ tuttavia vero che le amministrazioni pubbliche, sia pure nel rispetto di quanto previsto dall’art. 7 D.Lgs. 165/2001, hanno spesso utilizzato la forma dei co.co.co. per realizzare specifici “progetti”, ritenuti strategici per l’azione amministrativa e affidati a professionisti di alta “specializzazione”.

Nella Regione Puglia, in particolare, l’utilizzazione dei co.co.co. agganciati alla realizzazione di specifici “progetti” è stata certamente assai diffusa, in particolare nel settore della “sanità pubblica”. E’ accaduto di frequente, infatti, che le ASL provinciali abbiano reclutato personale di “alta specializzazione” dall’esterno, per realizzare progetti ritenuti essenziali, perché esecutivi del Piano Nazionale di Prevenzione, poi tradotto su basi regionali dai Piani Regionali di Prevenzione (anni 2005-2007 e poi 2009-2012).

Sul piano giuridico tali rapporti contrattuali hanno indubbiamente suscitato un notevole interesse, perché hanno posto l’interprete di fronte al problema di individuare la disciplina applicabile ai co.co.co. stipulati dalla PA in previsione della realizzazione uno specifico “progetto”.

Recentemente, si è occupato di problematiche legate alla disciplina dei co.co.co. stipulati dalla ASL BR nella Regione Puglia, il Tribunale del lavoro di Brindisi, con una decisione che ha già suscitato notevoli discussioni (Tribunale di Brindisi, ordinanza 9-10.5.2011, GdL dott. F.De Giorgi – C. c ASL BR) .

Un professionista assunto dall’Azienda con contratto co.co.co. nel 2008, per realizzare un importante progetto rientrante nel PNP 2005-2007, si era visto risolvere unilateralmente e improvvisamente il rapporto di lavoro dall’ASL nel gennaio 2011, durante l’esecuzione del progetto, in virtù del limite disposto dall’art. 4 D. Lgs. 368/2001 per le proroghe dei contratti “a tempo determinato” (tre anni). Eppure, come era noto alla medesima ASL, il progetto aveva avuto avvio effettivo solo due anni dopo l’assunzione del professionista (nel maggio 2010), che pertanto non era stato messo nelle condizioni oggettive di eseguire la propria prestazione da parte dell’Azienda, che per circa due anni lo aveva utilizzato per attività diverse e ulteriori rispetto a quelle oggetto del co.co.co.

Accogliendo il ricorso proposto in via cautelare e urgente dal professionista, il Tribunale di Brindisi ha stabilito alcuni principi davvero importanti nel definire il perimetro normativo dei contratti co.co.co. della pubblica amministrazione, legati alla realizzazione di uno specifico progetto:
- la durata del contratto stabilita nel co.co.co., se finalizzata alla realizzazione di un progetto, è necessariamente agganciata alla realizzazione dello stesso, sicché è doverosa la proroga del rapporto inizialmente previsto come annuale, per consentire all’interessato di effettuare la propria prestazione;
- gli anni di durata del contratto devono iniziare a decorrere nello stesso momento in cui vi è la possibilità oggettiva di adempiere la prestazione da parte del professionista incaricato;
- appare irragionevole e contraria a principi di buona fede nella esecuzione del contratto l’interruzione del rapporto da parte dell’ASL prima che il professionista sia messo nelle condizioni di adempiere a quanto pattuito;
- non ostano alla prosecuzione del rapporto le disposizioni normative che limitano a 36 mesi il rinnovo dei rapporti di lavoro previsti dall’art. 4 D. Lgs. 368/2001 per i rapporti a tempo determinato di tipo subordinato, non estensibili ai co.co.co.

Analizzando i contenuti dell’ordinanza del Tribunale di Brindisi risulta allora chiaro come, nonostante la previsione legislativa formalmente escluda la figura contrattuale del co.co.pro. nei rapporti di lavoro con le PP.AA., tale figura contrattuale sia stata ripetutamente utilizzata nella prassi amministrativa.

Nel caso in cui l’Amministrazione abbia ritenuto di agganciare ad uno specifico progetto un rapporto di co.co.co. la prestazione sarà calibrata – come accade nel settore privato – alla realizzazione del progetto, senza i limiti temporali indicati dalla normativa applicabile ai rapporti “subordinati” a tempo “determinato” (tre anni), difficilmente compatibili con la previsione pattizia legata al raggiungimento di un obiettivo (il progetto, appunto), ferma restando la necessità che il rapporto conosca limiti temporali determinati, secondo quanto previsto dall’art. 7 D.Lgs. 165/2001.

Precari in Parlamento, ma i portaborse ora si ribellano

Anche i parlamentari più sensibili al tema del precariato non regolarizzano i propri assistenti. Così stanno partendo le prime cause di lavoro
parlamento e1307312170194 Precari in Parlamento, ma i portaborse ora si ribellanoI precari sono ovunque, anche in Parlamento. Sì, proprio nel luogo dove si fanno tanti bei propositi per combattere il precariato, giovani e meno giovani, sottopagati, spesso in nero e per poche centinaia di euro al mese, stazionano alla corte del politico di turno.
Il parlamentare anti-precariato che usa lavoratori precari. Giuseppe Lumia del Partito Democratico e membro della commissione Antimafia è stato recentemente convocato dai giudici della sezione “lavoro” del Tribunale di Palermo. Non per questioni inerenti la mafia, ma perché è stato citato in giudizio da Davide Romano, giornalista addetto-stampa precario dello stesso senatore. Si tratta di una causa da quasi 368mila euro, pari ai contributi, le tredicesime e ferie non godute negli 8 anni che Romano ha lavorato per conto di Lumia. Eppure il 24 gennaio 2011, il parlamentare del Pd tuonava sull'Ansa: “Il lavoro nero è una metastasi per l'economia italiana e calpesta la dignità dei lavoratori”. E poi invitava il governo a “investire risorse per garantire più opportunità ai giovani e assicurare loro prospettive di lavoro e di vita più stabili”. Insomma, contro il precariato, sì, ma quello degli altri.
Gli altri casi. Ma quello di Lumia non è il primo caso. Nell'ottobre 2009 per la prima volta un parlamentare veniva costretto a risarcire un suo portaborse. Si trattava di Gabriella Carlucci, oggi deputato del Pdl, condannata a pagare la sua ex assistente per tre anni di lavoro non in regola. A seguire Francesco Barbato dell'Idv, il quale, secondo il settimanale Panorama, avrebbe chiuso il contenzioso con una sua ex collaboratrice, grazie ad una transazione di cui non si conosce il valore.
Luca Barbareschi e la onlus. E poiché il fenomeno dei precari “parlamentari” è realmente bipartisan, al di là delle dichiarazioni d'intenti, ora tocca anche a Luca Barbareschi, prima del Pdl, poi di Fli e ora del Gruppo misto. L'attore-politico ha creato una fondazione anti-pedofilia dove lavorano alcuni collaboratori. Spesso, però, alcuni di loro venivano portati a Palazzo Marini, sede degli uffici dei deputati. Qui possono entrare teoricamente solo assistenti che abbiano contratto di lavoro regolare. Invece, a quanto pare, la giornalista che gli ha fatto causa, impiegata presso la onlus, sarebbe andata spesso a Palazzo Marini.
Lo scandalo del 2007. Il primo scandalo scoppiò nel 2007 con un servizio della trasmissione di Italia 1, Le Iene. Lucci e co. scoprirono che in Parlamento, su 683 portaborse accreditati, solo 54 avevano regolare contratto. Tutti gli altri entravano a Montecitorio o a Palazzo Madama come ospiti o, udite udite, volontari “a titolo non oneroso”. Oggi la situazione è migliorata, ma il lavoro nero e il precariato ancora non sono stati estirpati. Su 630 deputati solo 269 hanno depositato copia del regolare contratto di lavoro, per accreditare assistenti, portaborse o addetti-stampa. Al Senato, invece, su 321 (senatori a vita inclusi) 192 hanno provveduto alla regolarizzazione. Per carità, pochissime assunzioni e molto precariato: solo 36 sono assunti, 101 hanno un contratto a progetto, 51 sono pagati come collaboratori occasionali e 4 fanno “apprendistato”.
I rimborsi intascati. Intanto i parlamentari, senza dover fornire alcuna ricevuta, si intascano 3.690 euro al mese come rimborso per spese inerenti al rapporto tra eletti ed elettori. In queste spese dovrebbero rientrare anche quelle per i portaborse, ma alla fine finiscono in gran parte nelle tasche del parlamentare di turno.
Una soluzione per superare il problema c'è. Basterebbe rinunciare o ridurre in maniera consistente questo rimborso e fare come si fa al Parlamento europeo: l'europarlamentare designa un assistente che viene pagato direttamente dal Parlamento, secondo un tariffario chiaro e puntuale. Ma poi come farebbero a lucrare?

Senza il lavoro precario il Comune dell'Aquila si blocca

I dipendenti chiedono il rinnovo dei contratti
Giorgio Alessandri Rischio impasse per le attività burocratica del Comune dell'Aquila legate alla ricostruzione post terremoto. Scadono a fine mese, infatti, i contratti degli 88 lavoratori con contratto a tempo determinato assunti per far fronte proprio all'enorme quantità di pratiche e incartamenti necessari nel post terremoto. A lanciare l'allarme sono il segretario regionale della Uil-Fpl, Fabio Frullo, nel corso di una conferenza stampa con il segretario provinciale Simone Tempesta. «Senza l'apporto di questi dipendenti - spiega Frullo - si arriverà alla paralisi dell'Ente. Molti di queste persone sono dislocate negli uffici della ricostruzione e senza di loro i cittadini non avrebbero più nessun interlocutore al quale rapportarsi per presentare le pratiche». Un'altra parte consistente dei precari invece è impiegata nei settori asili nido e pagamento degli stipendi. «Già prima del terremoto il personale dell'Ente - aggiunte il segretario regionale Uil - non era sufficiente, se verranno meno anche questi precari è facile immaginare quali potranno essere i disagi per la popolazione». Disagi che il sindacato non intende acuire con la proclamazione di uno sciopero, anche se contestualmente viene indicata la via per risolvere la querelle: «Il nostro è interlocutore è il Comune dell'Aquila ma gli 88 lavoratori sono stati assunti con fondi della Protezione civile, alla quale chiediamo di effettuare un altro stanziamento da predisporre attraverso un decreto del commissario alla ricostruzione, Gianni Chiodi». In attesa dello sblocco delle risorse la Uil scriverà una lettera al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta e allo stesso commissario Chiodi e lancia la proposta di una task force istituzionale per far fronte all'emergenza cui è stato invitato a far parte anche il sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente. Il primo cittadino, intervenuto a margine della conferenza stampa che si è svolta ieri a Villa Gioia, ha annunciato l'intenzione di far parte dell'organismo tecnico e di essere d'accordo con le istanze della Uil a favore dei lavoratori.

http://www.iltempo.it/abruzzo/2011/06/07/1263053-senza_lavoro_precario_comune_blocca.shtml