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giovedì 23 febbraio 2012

MANCANO 36 MILA INFERMIERI IN ITALIA. I PROFESSIONISTI PRECARI SONO SFRUTTATI PER ANNI. PRIMA DI ASSUMERE E SOTTOPAGARE GLI STRANIERI STABILIZZATE GLI ITALIANI.


ROMA – INFERMIERI: UN “BUCO” DI 36MILA PROFESSIONISTI E NESSUNA ASSUNZIONE
Comune di Roma — 21 settembre 2010
Una laurea triennale in infermieristica per poter esercitare un mestiere ancora troppo “sottostimato” che, invece, “gestisce quotidianamente la sofferenza, la malattia e la morte delle persone”. La testimonianza di chi lo vive ogni giorno.

Secondo i dati della CISL ne mancano 36mila al livello nazionale, 2mila nell’intera Regione Veneto e 90 nella ASL Roma C, solo per citare alcuni esempi di un fenomeno che riguarda tutta la penisola. Quelli che mancano all’appello sono gli infermieri professionisti, ovvero la categoria di lavoratori italiani che registra il rapporto più basso in Europa tra numero di infermieri, appunto, e popolazione.

È una situazione che mette a rischio i livelli minimi di assistenza sanitaria per la popolazione. Immaginare, quindi, di procedere con l’assunzione di personale infermieristico qualificato sarebbe la soluzione più ovvia e semplice, ma una serie di circostanze impediscono di procedere in questo senso.

Lo sa bene Francesco, che preferisce mantenere l’anonimato, un’infermiere di lungo corso - 20 anni di carriera - che ha le idee chiare su come funziona il sistema. ”É evidente che mancano tantissimi infermieri nelle strutture medico-sanitarie. Di certo non ci sarebbe carenza di posti di lavoro, né nelle strutture pubbliche, né in quelle private”.

E allora come si spiega questo blocco?
Il problema è che non assume più nessuno a causa della crisi economica. Non vengono banditi i concorsi. Nel caso delle strutture private, invece, cercano di coprire il fabbisogno con la pianta organica già esistente”.

Accade spesso, però,  di incontrare personale infermieristico straniero.
“Si è vero, ma il fenomeno riguarda soprattutto le strutture private. Posso solo immaginare che i contratti applicati siano gli stessi del pubblico, anche perché mi risulta che quantomeno le strutture private convenzionate sono comunque soggette a controlli della ASL”.

Come si spiega questo ricorso all’impiego di infermieri stranieri?
“È una bella domanda. Credo che per il personale straniero sia più facile fare richiesta di assunzione presso una struttura privata, piuttosto che fare domanda per un concorso in una struttura pubblica. Molto dipende anche dal fatto che non si fanno più concorsi. Inoltre, per esperienza, posso aggiungere che il lavoratore straniero ‘rompe meno le scatole’ rispetto agli italiani, in tema di rivendicazione di diritti, intendo. E questo per i datori di lavoro non è un fatto secondario”.

È a conoscenza di fenomeni di lavoro nero nella categoria?
“È impossibile che ve ne siano nelle strutture pubbliche. Personalmente lavoro in una struttura privata convenzionata e il lavoro nero non esiste. Un fenomeno del genere è più probabile, invece, nelle strutture totalmente private dove non ci sono determinati controlli. Oppure, esiste nell’ambito dell’attività domiciliare o ambulatoriale. Ci sono infermieri che magari esercitano la libera professione senza fatturarla”.

Come si diventa infermieri in Italia?
“Da qualche anno ormai è stata istituita una laurea triennale in infermieristica. Inoltre, recentemente, come categoria abbiamo addirittura ottenuto il riconoscimento dello standard di categoria intellettuale”.

Quella dell’infermiere è una professione che comporta, soprattutto psicologicamente, di dover affrontare tutti i giorni il dolore altrui, sopratutto la morte. Un tasto dolente, questo, rispetto al quale Francesco non lesina pensieri e osservazioni di chi opera dal di dentro. “Ci sono almeno due fasi di questa professione. La prima, quella dello studio e dei primi anni di lavoro, è contraddistinta dallo slancio idealistico: è bello fare il mestiere, colpiscono le esperienze umane di questo lavoro e l’eccezionale gratificazione umana nel farlo come si deve”.

“Nel corso degli anni, poi, si affronta purtroppo la situazione reale del nostro lavoro, fatta di mancanza di presidi, mancanza di attrezzature, di personale sottopagato. A noi dipendenti privati, ad esempio, il contratto è scaduto ormai da sei anni. Inoltre, tanti contratti non prevedono l’indennità di rischio; teniamo presente che spesso il personale ha a che fare con pazienti affetti da epatiti o altre malattie. Fortunatamente non per tutti, ma per alcuni, queste condizioni di lavoro generano malcontento e la professione dell’infermiere diventa come qualsiasi altro mestiere. E questo non è possibile, proprio perché noi affrontiamo giornalmente la sofferenza, la malattia e la morte delle persone”.

Una punta di amarezza per il mancato riconoscimento una professione che, appunto, non è assimilabile a qualunque altra. ”È un mestiere sottostimato, anche nell’opinione della gente comune e dei pazienti che vedono solo il medico, quando invece il contatto maggiore con i pazienti ce l’hanno proprio gli infermieri. Siamo essenzialmente noi che gestiamo i loro problemi e quelli dei loro familiari, spesso anche psicologici – cosa da non sottovalutare. L’infermiere purtroppo è ancora visto come una sorta di ‘servo’ e per questo non riceviamo la dovuta tutela”.

Chi dovrebbe tutelare la categoria e in cosa è manchevole?
“Il Collegio IPASVI (la Federazione Nazionale Collegi Infermieri). In realtà, circa il 70 per cento della nostra categoria non si sente tutelato da questa istituzione. Il Collegio è presente solo quando c’è da prendersi i meriti di qualcosa e i servizi offerti sono scarsi. Pensi che i corsi di aggiornamento offerti in ECM-Educazione continua e medicina, sono a pagamento, circa 100-120 euro per un corso di 4-5 ore. Dovrebbe, invece, essere interesse del Collegio incoraggiare l’aggiornamento continuo nell’ambito della professione. Invece sembra che la vicenda abbia i tratti di un vero e proprio business sopratutto perchè, purtroppo, noi non siamo ancora una categoria unita nel far valere i propri diritti”.

http://www.romaregione.net/2010/09/21/roma-infermieri-un-buco-di-36mila-professionisti-e-nessuna-assunzione/

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